lunedì, febbraio 27, 2012

Hitler: giovinezza e origine dell’antisemitismo

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Adolfus Hitler nasce in una locanda a Braunau sull’Inn, un’antica cittadina dell’Austria, il 20 aprile 1889 da un’ex cuciniera d’albergo di nome Klara e da Alois. La madre era una donna triste, sottomessa all’autorità del marito, priva di cultura ma sensibile e suggestionabile dall’intelligenza del figlio, che assecondava in ogni capriccio, accentuandone il senso di superiorità.

Il padre era invece un uomo dedito al vino , irrequieto, irascibile, egoista, autoritario, esageratamente tirannico, che si era fatto strada nella società con le proprie forze, giungendo a completare la sua insufficiente formazione scolastica da autodidatta, fino a diventare ufficiale delle dogane. Sperava che Adolf potesse avere un futuro di soddisfazioni e per questo conduceva con lui una vana lotta per avviarlo alla carriera impiegatizia.

Così Adolf, crescendo sballottato a destra e a sinistra a causa dei continui spostamenti del padre, era spesso costretto a cambiare amici e scuole. Non amava studiare e, seppur apprezzato per intelligenza e talento, fu costretto a ripetere il primo anno delle scuole medie superiori; era incostante e insufficiente in matematica, storia naturale, lingua tedesca e stenografia.

La storia era la sua materia prediletta perché gli permetteva di apprezzare gli eventi del passato per poter interpretare il presente e prepararsi al futuro.

I cattivi risultati scolastici erano indice di ribellione, mostrava poca propensione a sottomettersi all’autorità ed ebbe modo di mettere alla prova il suo spirito di ribellione usando la sua superiorità per contrastare i professori che considerava come tiranni il cui scopo era di trasformare gli alunni in scimmie che li imitassero.

Trascorreva notti insonni per progettare qualsiasi cosa mentre in lui si faceva strada l’interesse politico e l’odio per chi non fosse tedesco, razzialmente puro; sentiva di essere nazionalista e considerava lo Stato come un’organizzazione delinquenziale per lo sfruttamento della povera gente.

A Vienna tentò gli esami di ammissione all’Accademia di Belle Arti ma venne rimandato, nello stesso periodo morì la madre e per lui il dolore fu grande così, decise di trasferirsi definitivamente a Vienna dove un secondo tentativo d’ammissione all’Accademia ebbe esito negativo.

Lavorò per un periodo presso un cantiere ma non si rassegnò, comunque, a sottomettersi alle costrizioni di una normale professione borghese; di fatto, presto venne licenziato e non trovò altro impiego che spalare le strade e portar valigie come facchino abusivo.

Gli anni viennesi furono anni di fame e miseria grazie ai quali la sua mente si liberò della limitata educazione piccolo borghese; si sentiva umiliato dal dover dipendere dai servizi offerti dalle classi più agiate e riteneva che l’impegno sociale dovesse eliminare le carenze esistenti nell’ambito della società stessa.

In lui si rafforzavano i sentimenti antiebraici; Adolf studiò le fisionomie umane per trarne giudizi razziali ed intellettuali e, per lo stesso fine si occupò di grafologia e telepatia. Vedeva la “pestilenziale” presenza degli Ebrei in ogni cosa: arte, letteratura, teatro, giornalismo.

Tutto era nelle loro mani ed essi cercavano di asservire le classi lavoratrici ai loro scopi; le colpe del loro successo erano da attribuire alla borghesia che aveva gettato i lavoratori nelle loro braccia.

Per guadagnare cominciò a disegnare cartelloni pubblicitari perché credeva già nella capacità persuasiva della propaganda.

Ben presto iniziò a distaccarsi dalla città che disprezzava per via della massiccia presenza degli Ebrei, era un assedio!

I due problemi da affrontare, a suo modo di vedere, erano: gli Ebrei e il Marxismo. Così, a 23 anni, si trovò a vagare tra birrerie, biblioteche, musei e teatri, cercando di smerciare a mercanti d’arte ebrei i suoi acquerelli.

Osservava Vienna e la vedeva popolarsi sempre più di quegli “esseri” che si appropriavano del potere e che non si accorgevano di lui; lungo le vie della città vedeva cortei socialdemocratici che agivano con la scusa dell’amore per il prossimo quando in realtà in loro si nascondeva un’orrenda pestilenza: molti dei capi socialisti erano Ebrei.

All’improvviso abbandonò Vienna e si stabilì in Inghilterra presso il fratello dove trascorse 5 mesi senza imparare una sola parola d’inglese, la sola e unica lingua degna di essere imparata era infatti il tedesco, le altre erano inferiori; cacciato dal fratello tornò a Vienna poi, si spostò a Monaco di Baviera dove interessandosi alle dottrine esoteriche maturò l’idea di essere dotato di poteri soprannaturali ma iniziò anche a credere che per l’Austria la fine fosse imminente a causa dell’eterogeneità delle razze.

Siamo nel 1914, a luglio l’impero austro-ungarico apre le ostilità; il 1° agosto la Germania entra in guerra, il 3 e il 4 è il turno di Francia e Inghilterra. Anche lui decide di fare la sua parte e chiede a Luigi 3° di Baviera di essere arruolato come volontario.

5 commenti:

M.M. ha detto...

Lauretta...era una mente malata

Laura ha detto...

Molto malata... :-(

Stefania Esse ha detto...

Chissà come sarebbe andata se solo Luigi III di Baviera avesse detto no! La guerra sarebbe diventata lo stesso il suo mestiere?

Anonimo ha detto...

L'ho letto con molto interesse, soprattutto ora che sto stendendo un tema sul nazismo, da far seguire a quelli sul fascismo pubblicati tra ottobre e novembre
Monica C.

Laura ha detto...

@Stefania, credo che un modo per "eliminare" i suoi nemici lo avrebbe cercato comunque.
@Monica, spero possa esserti utile; hai scelto un tema bello tosto.

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