giovedì, aprile 12, 2012

Il giardino dei Finzi-Contini, trama del romanzo di Giorgio Bassani

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Ripensando alla casa dei Finzi-Contini (definita invidiosamente “magna domus”) non si poteva farlo con serenità, nel tempo aveva assistito alla partenza dei suoi abitanti, finiti chissà dove, con un destino sconosciuto e una sepoltura ignota.

Il narratore pensa a questo, osservando la statua mortuaria voluta da Moisè Finzi-Contini; nella camera mortuaria vi era sepolto il committente e solo uno di quelli che aveva conosciuto, Alberto, il figlio maggiore morto nel 1942 per via di un linfogranuloma.

Gli altri, deportati in Germania nell'autunno del 1943 non erano più tornati, l'unica speranza era che avessero avuto una degna sepoltura.

In gioventù l'io narrante poteva di tanto in tanto frequentare la villa di Alberto e Micòl nonostante il padre non concordasse con quella scelta; il paese non vedeva di buon occhio questa famiglia che sembrava volersi isolare dal mondo, pareva avesse una vocazione alla solitudine anche se i ragazzi, che si erano conosciuti durante gli incontri in Sinagoga, sembravano nutrire una certa simpatia gli uni per gli altri.

Non avevano potuto incontrarsi alle scuole ebraiche perché i genitori avevano scelto che studiassero privatamente perciò quella, oltre all'esame da privatista, era stata fino a quel momento l'unica possibilità per potersi vedere.

Sebbene tendessero a trattare tutti con gentilezza ma senza alcuno slancio, pareva al narratore che tra loro ci fosse qualche cosa di più, sguardi, occhiate d'intesa, il fatto che fossero ebrei come lui e soprattutto l'impressione che Micòl gli sorridesse e ammiccasse con una certa intensità.

Fu nel giugno del 1929 che le cose improvvisamente presero una piega diversa, quel giorno vennero esposti nell'atrio del Guarini i risultati degli esami di licenza ginnasiale, essendo stato rimandato in matematica e avendo paura di tornare a casa il narratore iniziò a vagare in bicicletta pur di non dover dare la cattiva notizia ai genitori.

Casualmente si fermò a riposare proprio nei pressi della villa dei Finzi-Continì e il filo dei suoi pensieri venne bruscamente interrotto da una voce che cercava di attirare la sua attenzione con un “Pss”; alzando lo sguardo notò Micòl che lo guardava e, in quel momento, iniziò la loro prima conversazione.

Dopo aver discusso per un po' dei voti agli esami lei gli chiese di entrare nel giardino, vedendo che però esitava, la ragazza gli mostrò un cunicolo dove nascondere la bicicletta e da cui passare.

Micòl, all'epoca poco più che una bambina era bella e bionda, educata rispetto alla maggior parte degli altri ragazzi della loro età, non era difficile da notare, assaporando l'attimo in cui l'avrebbe avuta vicino, in cui l'avrebbe potuta finalmente baciare si avvicinò ma quando la vide notò purtroppo che era intenta a parlare con qualcuno che l'attendeva ai piedi della scala con cui si era arrampicata e, di lì a poco, scomparve in casa lasciandolo solo.

Passarono molti anni prima di rivederla, era il 1938, da due mesi erano state promulgate le leggi razziali e per questo venne invitato da Alberto Finzi-Contini a giocare a tennis nel giardino della villa; il Circolo del Tennis Eleonora d'Este adattandosi alla situazione politica e legislativa del paese aveva infatti escluso gli Ebrei e di fatto anche loro.

Nell'immenso parco dei Finzi-Contini si trovava un campo in terra battuta bianca con scarso out ma non era, tutto sommato, un buon motivo perché non diventasse luogo d'incontro per i ragazzi amanti di questo sport che, per motivi razziali, non avevano più accesso ai circoli anti-ebraici.

Per far contento il padre il narratore non sarebbe dovuto andare alla villa ma nonostante ciò, l'aria carezzevole e leggera della giornata autunnale lo invogliò a tirar fuori la racchetta e i vestiti.

Micòl e il narratore chiacchierano nel giardino, affrontano lunghe conversazioni, lui è ancora innamorato della giovane ma non trova il coraggio di dichiarare il suo sentimento e con l'avanzare del tempo e l'approssimarsi dell'inverno purtroppo gli incontri diventano sempre più rari; la stagione clemente e il tempo caldo all'epoca spingevano a intrattenersi il più possibile.

Non era lui solo con i due fratelli e gli altri ragazzi del paese, ma vi era pure un certo Giampiero Malnate, dottore in chimica, milanese, che nel suo paese aveva conosciuto Alberto nel 1933 e che, rispetto a molti altri, doveva tener conto degli orari di lavoro perché lavorava in fabbrica.

Fino ad allora non aveva mai avuto il piacere di incontrare i genitori di Micòl e una sera inaspettatamente comparvero, lui era molto più anziano di lei, più basso e curvo venne presentato dalla ragazza e si intrattennero un po' a parlare con i giovani; la moglie per la verità rimase sorridente senza parlare e, dopo quella volta, capitò che comparissero di nuovo, anche accompagnati da ospiti.

Durante una delle giornate trascorse in villa fu proprio Micòl a mostrare i giardini al narratore, erano enormi, sterminati, al loro interno ci si perdeva, vi erano sentieri e stradine che circondavano la villa e rischiavano di far smarrire la strada a chi non le conoscesse; alberi, prati, aiuole, fiori comuni e più rari facevano da cornice all'edificio che aveva visto momenti di allegria e infine di estrema difficoltà e tristezza.

Da allora comunque spesso passarono il tempo a passeggiare insieme a piedi o in bicicletta, discorrendo di tutto, anche di piante e fiori. Ancora però non si era deciso a parlarle e baciarla, forse quell'anno se lo avesse fatto, le cose sarebbero andate diversamente.

Quando la stagione diventò inclemente anziché incontrarsi i frequentatori di casa Finzi-Contini si sentirono telefonicamente.

La ragazza dopo non molto, all'improvviso, lasciò la casa per recarsi a Venezia e terminare la propria tesi universitaria, in un primo momento lui ci restò male, pareva che lei fosse andata via senza avvertire, dir nulla, dopo un pomeriggio passato con lui se ne era andata senza neppure salutare e invece seppe poi dalla madre che aveva chiamato chiedendo di lui ma non l'aveva trovato; non volendo però perderla di nuovo di vista, iniziò su invito del fratello a frequentare la casa e intrattenersi con Alberto e il milanese Giampiero Malnate, ma anche usufruire della biblioteca di famiglia per terminare gli studi universitari e scrivere la sua tesi.

Il padre dei suoi due amici, il professor Ermanno gli concedeva la biblioteca specializzata dove talvolta passava del tempo con lui discorrendo di più argomenti; la biblioteca comunale era interdetta agli ebrei così usufruiva di questa possibilità.

Finalmente Micòl a Pasqua tornò da Venezia, la notizia fu presa dall'io narratore con molta allegria anche perché quell'anno la si stava festeggiando con tristezza, il narratore ricevendo la telefonata che avvertiva di una sorpresa si chiedeva cosa potesse essere e, non immaginava si trattasse proprio della ragazza che amava.

Senza immaginare ciò che sarebbe successo, una volta arrivato a casa Finzi-Contini, appena si trovò di fronte Micòl la baciò ma lei subito dopo, seppure l'avesse lasciato fare, lo guardò con sguardo forte e duro. Si rese conto purtroppo che sarebbe stato difficile ristabilire con lei i rapporti di un tempo, d'un tratto gli pareva di desiderare solo la sua amicizia e i contatti con lei, di fatto, divennero sempre più radi.

Un giorno in cui era malata, Micòl, lo fece salire in camera sua, credeva l'avrebbe trattato male e invece non fu così, gli rivolse un sorriso luminoso e tenero, gli appave bellissima; iniziarono a parlare poi, illuso dal tono della sua voce, le raccontò di un sogno che aveva fatto e, fraintendendo il gesto di Micòl che gli sfiorava la manica con una carezza, la baciò.

La baciò sul collo, occhi e labbra ma lei cercava di scostarsi, diceva di no, il corpo di lui si agitava sopra quello immobile di lei e, in quel momento, capì d'averla persa definitivamente.

Non voleva saperne di lui, l'aveva illuso e ora se ne rendeva conto ma erano come fratelli, non voleva sciupare i bei ricordi d'infanzia, non voleva dargli un dolore, lui le stava di fianco mentre “in amore ci si sta di fronte”, secondo lei era roba per persone forti, l'amore richiedeva la capacità di sopraffarsi a vicenda.

Il peggio iniziò però alcuni giorni dopo quando lui tornò da un viaggio in Francia, era andato a Grenoble (dove stava il fratello) e lei iniziò a sentirsi oppressa, anche lo sguardo la indispettiva, cercava di ignorarlo e una sera di giugno le cose precipitarono perché, stanca di certi atteggiamenti del ragazzo, della sua gelosia inopportuna, gli chiese di farsi vedere meno spesso.

Di fatto l'unico contatto con lei rimase proprio il Malnate con cui, a tarda notte si intratteneva in discussioni e chiacchiere, si confidavano progetti, sogni e speranze, entrambi sapevano della situazione con Micòl, ma nessuno dei due ne parlava.

Solo il padre di lui riuscirà in seguito a farlo riflettere sul legame con la ragazza e dissuaderlo dall'insistere a corteggiarla; il padre, figura saggia che soffre del distacco del figlio, della mancanza di intesa venutasi a creare tra loro, non ama la famiglia Finzi-Contini e lo fa presente a un figlio che sembra invece adorarla, cerca di parlare con lui e spesso gli chiede di intrattenersi per discutere tra loro. Quando suggerisce di non vedere più Micòl, sottolinea il fatto che è più da uomo non andare più alla villa per impegnarsi in altro.

L'amicizia tra il giovane e Malnate terminerà quando inizierà a sospettare che lui abbia una relazione segreta con Micòl e la incontri la notte dopo le loro chiacchierate, un sospetto che fattosi più forte quando, deciso a dare l'addio alla villa in cui aveva trascorso tanti bei momenti, vi si era recato dopo essere stato lasciato dall'amico, e aveva notato una scala a pioli... sicuramente l'aveva posata lì Micòl per l'amico di tante chiacchierate, ed era per questo quindi che lui radeva bene e si assicurava sempre che, quando lo riaccompagnava a casa dopo il loro girovagare notturno, entrasse e chiudesse la porta. Non voleva che lo scoprisse!

A questo punto sogghignando se ne andò, veramente, per sempre.

Il finale del libro rivela tutta la tragicità del periodo storico e del destino, la famiglia Finzi-Contini verrà trascinata in Germania nei lager nazisti, l'unico a scampare a questa tortura sarà Alberto che morirà prima degli altri per un male incurabile.

Il primo romanzo lungo di Bassani, per molti un'autobiografia avvincente e sincera, profonda, una storia d'amore in un periodo storico difficile e terrificante; un'opera che scorre rapida e avviluppa il lettore rendendolo cosciente dell'orrore delle leggi razziali, dell'ingiustizia e sciagurate leggi che hanno tentato di ghettizzare, allontanare e trasformare in mostri indegni gli ebrei.

Un libro immancabile in ogni libreria, un racconto di sentimenti dolorosamente vissuti, in uno dei capitoli peggiori della storia dell'umanità.

4 commenti:

M.M. ha detto...

ma così cel'hai raccontato tutto :-)

Laura ha detto...

A beneficio degli studenti pigroni :D

Anonimo ha detto...

grande romanzo... e non era male neppure il film...
monica c.

Laura ha detto...

Non sei la prima che me lo dice, io non l'ho visto, mi sa che dovrò recuperarlo... :-)

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