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Poveglia, l'isola del terrore e dei fantasmi

By gennaio 07, 2016 ,

Venezia
Poveglia si trova nella Laguna Veneta di fronte a Malmocco, nel canal Orfano e, al pari di Alcatraz, anche se per motivi differenti, può essere definita “L’isola del terrore”.

La sua storia è stata molto movimentata, da centro florido e autosufficiente, nel 1379 cadde letteralmente in rovina per via dello sfollamento necessario per l’insediamento dell’esercito, mentre, nel 1468 vennero qui costruiti cantieri navali e magazzini poi, più tardi, fu trasformata nella sede di un lazzaretto.

A questo punto si inserisce quella che da alcuni viene considerata una leggenda mentre, a detta di altri è pura e semplice realtà; all’epoca della peste bubbonica, Venezia, non sapendo dove stipare i morti e i malati, barcamenandosi in una situazione che era ormai divenuta insostenibile, dovette correre ai ripari e trovare una soluzione.

Il fetore della morte, i cadaveri infetti e i malati che rischiavano di appestare anche chi malato non era, avevano superato il limite, così si decise di utilizzare l’isola per isolare anche i possibili “untori”; l’esilio era una condanna a morte, non vi venivano inviati solo i malati conclamati ma anche coloro su cui pendeva il semplice sospetto.

Una volta giunti sull’isola i cadaveri venivano gettati in fosse comuni o bruciati e anche chi vi arrivava sano finiva inesorabilmente per morire. Così trovarono la morte molti poveri disgraziati che, pur non avendo nulla, furono strappati dalle loro famiglie e costretti a trascorrere gli ultimi attimi della loro vita tra cadaveri e malattia.

Lasciati in quel luogo, decomposti o carbonizzati, ben presto divennero polvere che si mischiò alla terra e lì rimase a far da “terreno”, sino alla chiusura avvenuta nel 1814.

In totale si stima che oltre 160000 persone trovarono la morte per via della peste, seppur in più riprese.

Molti anni dopo, nel 1922, gli edifici vennero convertiti in ospedale psichiatrico in cui, i pazienti internati, riferivano di udire urla, mormorii e fantasmi presumibilmente legati a persone morte di peste; provenendo però le testimonianze da malati mentali, non furono considerate attendibili e bollate perciò come pure invenzioni.

L’ospedale era gestito da un medico senza scrupoli e ambizioso che, in barba all’umanità, eseguiva esperimenti violenti e disumani; lobotomie con trapano a mano, con martello e scalpello o torture nella grande torre erano all’ordine del giorno.

Dopo anni di esperimenti anche lui iniziò a vedere gli spettri che, un giorno, lo condussero proprio sulla torre campanaria da cui si gettò; la morte non arrivò immediatamente, un’infermiera, accorrendo in suo aiuto lo trovò ancora vivo ma, dopo non molto fu avvolto da una nebbiolina che penetrando nel suo corpo lo soffocò.

Venne qui seppellito e pare che, in alcune notti, si senta la campana della torre suonare “a morto”.

Dopo questo episodio, l’ospedale fu chiuso.

Tempo dopo una famiglia si recò in visita all’isola per acquistarla ma, per qualche motivo ignoto l’abbandonò senza trascorrervi neppure una notte; il figlio, si narra, rimediò una lacerazione inspiegabile che richiese 14 punti di sutura.

Dopo la famiglia, chi passò del tempo sull’isola riferì di urla, gemiti e una palpabile energia negativa; un uomo, riuscito a entrare nell’ospedale sentì intimare “Vada subito via e non torni mai più”.

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